Storie da cantastorie

 MARTIGNÒN

Martino Manzi (Martignòn)
Foto tratta da: https://www.pro-loco-perticara.it/












Era un uomo grande e grosso,
coi baffoni per l’ingiù;
sguardo truce, da gradasso,
che sembrava un Belzebù.
Lui c’aveva l’ambizion
di far la rivoluzion.
Ascoltate un po’:
questa è la storia di Martignòn!

Il suo nome era Martino,
ma ben presto lo cambiò:
fin da quand’era bambino,
lo chiamaron Martignòn.
Su nei monti a Perticara,
notte e dì faceva a gara
per spadroneggiar:
tutti quanti volea comandar!

A vent’anni prese moglie,
ma la testa non cambiò:
gli restarono le voglie
di cambiare la nazion.
Nessun prete, nessun Re:
“a ca’ mia cumandu me!”
Così in guerra andò,
con Garibaldi si arruolò.

Ritornato dalla guerra,
c’era grande delusion.
Non si fece ancor l’Italia,
Garibaldi patteggiò:
nell’incontro di Teano,
“obbedisco!” disse al Re.
Martignòn sbuffò:
“non mi sta mica bene a me”!

Coi suoi amici minatori
e la Repubblica nel cuor,
continuavano i dolori
d’esser sotto gli oppressor.
Forse un po’ per convenienza
finse d’essere fedel
al governator
e ai gendarmi carabinier.

E fu proprio un poliziotto
che il suo onore danneggiò,
schiaffeggiandogli l’amata
quando a spasso la portò.
Martignòn non la difese,
protestò tutto il paese:
“sei un bel sandrón,
grande, grosso ma pure minchión!”

Poi ci fu quel dì di festa
che alla fiera se ne andò,
col fratello suo, Giovanni,
che un bel guaio combinò:
era armato d’un coltello,
una rissa scatenò
e il carabinier
lo volle arrestare e lo mise a tacer.

Martignòn s’era arrabbiato,
iniziò a protestar:
“rilasciate mio fratello,
non ha fatto poi un gran mal!”
Ma il carabinier, geloso,
non lo stette ad ascoltar:
“Questo proprio no …
lo porto in galera, più non te lo do”!

Fu feroce la vendetta,
Martignòn non perdonò:
radunò i suoi buoni amici
e gli sbirri pedinò.
Quando furono nel bosco,
già diretti alla prigion …
qualchedun sparò:
3 carabinieri sul colpo ammazzò.

Poi si diedero alla macchia
per non farsi catturar:
non lasciarono più traccia
su pe i monti, fino al mar.
Ma gli sgherri alle calcagna
li cercavan notte e dì:
non puoi star più qui,
Martignone tu devi fuggir!

“Vorrei andare là in America”,
si diceva Martignòn:
oramai nella Romagna
c’era troppa confusion.
Eran tanti i suoi nemici,
troppe rogne lui creò.
Si iniziò a pensar:
“Martignòn lo dobbiamo ammazzar”!

Prepararono un tranello,
degli amici traditor:
“ti daremo noi il biglietto,
per andar di là dal mar”.
Martignòn gli diede ascolto
ed il dì che li incontrò:
il biglietto no …
3 colpi nel petto qualcun gli sparò.

E’ finita qui la storia
del possente Martignòn.
Che volete che vi dica:
mi fa tanta compassion!
Sarà stato un po’ brigante,
ma un bel sogno avea nel cuor:
viva il Tricolor …
faremo l’Italia o lottando si muor!

Valentino Calbucci

Rimini, 24/07/2026


GERVASIO















Gervasio, la Libertà
ci mostri che faccia ha.
Nessuno ti volle capir
e tu per questo dovesti partir.
Fra i borghi, nelle città,
chiedevi con dignità
un pasto e dove dormir:
un mucchio di paglia,
un po' di pane per campar.
Robusto, sguardo sever
e i cani sempre con te.
Le mamme ai loro bambin:
"ti do a Gervasio se fai il birichin!"
Ma un cuore da cavalier
batteva dentro di te
e un canto di antico dolor
dal tuo violino
quella notte si innalzò.
Gervasio, quel lungo sentier
ti porta oggi da me
e il sogno che avevi nel cuor
ora rivive fra la gente, come allor!

Valentino "Tinìn" Calbucci
Rimini, 12/12/2024


IL CAPODOGLIO DELLA BARAFONDA

Foto tratta da https://www.romagnazone.it/











1.
Non era ancora l’alba di quel bel dì d’Aprile, che Pino il pescatore si mise a andar per mar.
E rema che ti rema sul suo moscone, sentì rumoreggiare in mezzo al mar.
2.
Sembrava un treno in corsa sotto le oscure onde, “oh mamma che spavento! Chissà cosa sarà?”
Guardando bene in acqua, gli parve un sogno: “son sveglio oppure dormo? È un capodoglio!”
3.
Tornato in fretta a casa ad avvisare il babbo, si fecero coraggio, rientrarono nel mar.
Tuffatosi nell'acqua, con una corda, legò la coda al pesce, lo trascinò.
4.
In men che non si dica, l’evento straordinario, si seppe in lungo e in largo, per tutto il circondario.
Gesù che baraonda alla Barafonda: migliaia di persone a curiosar.
5.
Sia i grandi che i piccini rimasero di sasso, di fronte a quell'ammasso di carne in riva al mar.
E mo’ che ne facciamo di sto pescione? Si chiesero perplesse le  autorità.
6.
In quel tempo di guerra, s’andava per le spicce: decisero in accordo di farlo mitragliar.
Che male avrà mai fatto, povera bestia,  per essere ammazzata con crudeltà?

(Narrato) … parafrasando Guido Lucchini:

Arrivarono i soldati dell’Esercito, che misero una mitragliatrice a prua di una barca. 
Così, con una fredda sventagliata di proiettili, il povero cetaceo venne ferocemente giustiziato.
Il capodoglio, raggiunto improvvisamente dal piombo fatale, si dimenò per il dolore, impennando la grande coda verso l’alto e sventolandola, come se fosse il suo ultimo saluto alla vita che stava per scemare.
E le acque, pian piano, iniziarono a tingersi di rosso: un’enorme macchia, che andava allargandosi, dal molo fino allo scaricatore del Marecchia. 
La gente, nel vedere quel grosso cetaceo divincolarsi e rizzare la coda durante lo spasimo, rabbrividì … e rimase ammutolita, finché la mitraglia tacque e il capodoglio esalò l’ultimo respiro. 
Dopodiché, gli spettatori tornarono alle loro case, rattristati, mormorando fra loro e camminando a testa bassa, come spesso avviene al rientro da un funerale.

7.
La povera carcassa, portata alla battigia, nel giro di ben poco, incominciò a puzzar.
L’odore nauseabondo si sparse ovunque, sembrava una condanna per  gli uccisor.
8.
E taglia che ti taglia, l’immenso pesciolone, fu fatto in tanti pezzi, per farne del sapone.
Eppure lui era innocuo, era giocondo, voleva solo andare in capo al mondo.
9.
L’ignobile delitto, lasciò tutti sgomenti, sicché la buona gente vi volle riparar.
Si intitolò una piazza all’animale, che con un monumento si immortalò.
10.
Finisce qui la storia del grande capodoglio, e dirvi più non voglio, perché di più non so!
Finisce qui la storia, del capodoglio, e dirvi più non voglio di più non so!

Parole e musica di Valentino Calbucci,
Rimini, 09/08/2019

IL DRAGO DI BELVERDE

1.
Su nei pressi di Monte l’Abate
ove al mare la vista si perde,
c’era un bosco chiamato Belverde
rigoglioso di piante e di fior.
Fatto sta che fra tanti animali
n’era uno di gran dimensione,
che c’aveva la strana ambizione
di mangiare persino gli uman.

2.

Chi giurava d’averlo veduto
raccontava di un drago feroce,
che soleva schiarirsi la voce
con ruggiti più forti dei tuon.
Nascondevasi tra foglie e rovi
con gli occhiacci iniettati di sangue;
ogni povero essere langue:
dalla belva vorrebbe scampar.

3.

Tuttavia qualche ignaro viandante
s’addentrò fra le selve arruffate,
incontrando le unghiacce affilate
della bestia, che poi lo sbranò.
Cosicché più nessuno voleva
transitare nel fitto del bosco,
diventato ‘sì lugubre e fosco:
una trappola assai micidial.

4.

Indifesi da tanta ferocia
s’affidarono alla devozione
e richiesero la protezione
della Madre di nostro Signor.
In ginocchio davanti all'altare,
gli occhi al cielo, le mani congiunte,
tutte quante le anime giunte
recitarono questa orazion:

(Recitato):

Sancta Maria Mater Dei, Ave (coro: Ave),
ora pro nobis peccatoribus.
Sancta Maria Gratia Plena, Ave 
(coro: Ave),
libera nos a malo da grande nimalo.
dulcis Virgo Maria, Ave (coro: Ave),
fa che lui non mangiaro, sbranaro,
mazzaro nissuno mortalo.
Sancta Regina Mundi, Ave (coro: Ave),
et omnibus Sanctis, Amen (coro: Amen)

5.

Auspicando l’appoggio divino,
rincasarono rasserenati:
la Madonna li avrebbe aiutati,
era questa la lor convinzion.
E la Vergine Santa raccolse
le preghiere di quei disperati:
dal flagello li avrebbe sanati,
consigliandogli la soluzion.

6.

Non sappiam più né dove né quando,
ma ad un tratto apparve Maria,
che con voce ‘sì mesta e ‘sì pia
queste poche parole annunciò:
Radunate qui tutti i maiali
e teneteli senza mangiare,
poi nel bosco lasciateli andare,
e la belva sapranno stanar.

7.

Quanto chiesto fu subito fatto:
i porcelli si misero a caccia
e seguirono traccia su traccia,
fino a che la bestiaccia spuntò.
S’intraprese una lotta tremenda:
gli urli giunsero fino alla valle,
ma il dragone assalito alle spalle,
azzannato dai porci, spirò.

8.

Grande giubilo fra le persone
sbalordite da tanto prodigio,
innalzarono un sacro edificio
alla Vergine che li salvò.
La carcassa del grande animale
venne appesa in chiesa a una trave
a ricordo di un fatto ‘sì grave
e per secoli lì lei restò.

9.

Poi nel secolo scorso, durante
il secondo conflitto mondiale,
sotto ai colpi del piombo fatale
la chiesetta purtroppo crollò.
Fra le tante macerie prodotte,
il relitto del drago si perse.
Lo cercarono, ma non riemerse
e pian piano il ricordo svanì.

10.

Chi volesse la prova provata
di sto fatto che ora concludo,
vada su per la via Montescudo
e la via Ca’ del Drago vedrà.
Detto ciò vi ringrazio e saluto,
spero che sia piaciuta la storia:
chi volesse serbarne memoria,
questo foglio potrà comperar.

Parole e musica di Valentino Calbucci,

Rimini, 20/09/2019


IL BALLO ANGELICO

Nel castello di Maiolo
si facevan tante feste
e si dice, che fra queste,
una fosse assai special:
non serviva alcun biglietto
per accedere alla porta,
mentre invece, quel che importa
è il vestito da indossar.

In principio, un banchetto
con il bere ed il mangiare,
dopo tutti a ballare
fino a che non sorge il sol:
una festa come tante
se non fosse per l’usanza
di danzare quella danza
come mamma ci creò.

Come prima che il serpente
ingannasse Adamo ed Eva,
lì nessuno conosceva
l’esigenza del pudor.
Quasi fosse un baccanale:
canti e risa, risa e canti;
ubriachi tutti quanti
del buon vino e del Piacer.

L’arciprete ammoniva
dall'altare della chiesa
«Quel che fate è un’offesa
alla Santa Religion!
Se non ve la smetterete
con sta pratica indecente,
otterrete certamente
il castigo del Signor».

Capirete come il vizio
non si estirpi in un momento,
ché l’umano godimento
non vorrebbe mai cessar.
Fu così che quei bagordi
continuarono comunque
e si venne quindi al dunque:
il disastro capitò.

… narrato …

Nella notte del 28 Maggio 1700, alcuni maiolesi erano nuovamente affaccendati in una delle solite festicciole orgiastiche, all’interno dei grandi saloni della rocca.
Frastornati dal baccano … e dal liquore, totalmente rapiti dal ballo circolare di una quadriglia, non si accorsero nemmeno del furioso temporale che imperversava all’esterno, né della nefasta presenza di una civetta che, per ben 3 volte, si era posata sul davanzale di una finestra, emettendo strazianti e prolungati stridii premonitori. Fecero appena in tempo a percepire l’immenso boato provocato dalla caduta di un fulmine che, colpendo la sommità del monte sui cui poggiava il castello, spaccò rovinosamente la roccia a metà … e si ritrovarono improvvisamente a gambe all’aria, ammucchiati l’uno sull’altro, schiacciati dall’enorme peso dei calcinacci staccatisi dal soffitto e dalle mura, senza nemmeno avere addosso il fragile riparo della stoffa di un vestito. La pioggia continuò a cadere in gran quantità per 48 ore consecutive, provocando un’enorme frana che inghiottì quasi completamente l’antico borgo, le sue case e la maggior parte dei suoi abitanti. Fu un’immane tragedia, che costrinse i pochi superstiti a costruire un nuovo nucleo abitativo spostandosi a valle, a ridosso della via Marecchiese dove si trova tuttora, col rudere del vecchio castello che lo sovrasta severamente. 

Terminiamo qui la storia,
cari amici, brava gente:
or sapete chiaramente
ciò che non si deve far.
Chi non vuole esser colpito
dalla punizion divina,
dalla sera a mattina
le mutande indosserà!

Parole e musica di Valentino Calbucci,
Rimini, 25/10/2019

Nessun commento:

Posta un commento